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Noncredenza e laicità


Ringraziamo il prof. Vigli per aver accettato l’invito di NonCredo ad esporre su queste pagine il pensiero suo e del movimento culturale cui egli appartiene. Riteniamo che sia sempre arricchente l’incontro con autorevoli voci fuori del nostro coro di noncredenti, che ci consentano di rimetterci criticamente in discussione con noi stessi e di riaggiornarci alla luce di quella ricerca illuministica di un libero bene comune che ci è cara e che chiamiamo relativismo e laicità.

Suscita interesse una rivista come NonCredo, che intende essere «la legittima democratica identitaria voce culturale dei cittadini Non Credenti». Vuole essere, anzi, un contributo per la redazione di un “manifesto della non-credenza” che si presenti come una categoria inclusiva di tutte le forme di “irreligiosità”. Non intende però identificarsi con ateismo, agnosticismo, anticlericalismo, laicismo, correndo il rischio, così, di assumere quel carattere “ideologico” che dice di rifiutare, restando priva di valore conoscitivo data la varietà di orientamento di chi si proclama non-credente.

Lo stesso vale per la categoria “religione”, che sempre meno interpreta adeguatamente le forme assunte, nel tempo e nei diversi paesi, dalle “narrazioni” con riferimento al sacro, al divino, o più genericamente all’“altro” dall’umano, maturate, a livello di massa, all’interno dei processi di autorganizzazione nelle diverse società come fonte di identità etnica e garanzia di solidarietà sociale. Solo la loro presenza, in contesti e tempi diversi, ha diffuso l’uso della categoria “religione”.
In verità si può rilevare che già dalle origini l’insorgere e lo svilupparsi di queste rappresentazioni del mondo, centrate sul divino, sono connessi, almeno sulle sponde del Mediterraneo, con l’emergere di altre forme di rappresentazione della realtà che, non usando miti o metafore ma idee e categorie, hanno generato diversificazione fra religione e filosofia, teologia e metafisica, restando però le une e le altre pienamente integrate nel loro sviluppo con le dinamiche delle strutture sociali e politiche delle diverse società.

Socrate e Gesù
In questa prospettiva, a molti non è sembrata scandalosa la comparazione fra Socrate e Gesù. In verità, proprio a partire dal processo di istituzionalizzazione delle comunità originariamente autonome create dai seguaci di Gesù, quella diversificazione ha assunto una dimensione non solo culturale, ma anche sociale e politica, perché un’autorità “religiosa”, costituita d’intesa ma in concorrenza con il potere politico, se n’è fatta interprete insindacabile.
Questa simbiosi istituzionalizzata, avviata dalla scelta di Costantino imperatore di giovarsi del consenso conquistato dalla Chiesa, divenne poi modello per Clodoveo nell’imporre ai Franchi la conversione, ma anche per il duca di Sassonia nel farsi protettore di Lutero e per Enrico VIII nella chiamata alla secessione della Chiesa inglese. Pur nel diverso modo di evolversi dell’integrazione fra le due autorità, il valore strumentale della religione – emerso anche nelle vicende delle società pervase dall’insorgente Islam – si conferma nella tendenza delle classi dirigenti, politica ed ecclesiastica, a compattarsi per combattere sia i fedeli di fra’ Dolcino e gli albigesi, sia i contadini tedeschi e i seguaci di Müntzer: pericolosi per l’ordine costituito oltre che “eretici” per vecchie e nuove ortodossie ecclesiastiche. Furono vittime “religiose” di quell’alleanza altrettanto “religiosa” fra troni e altari impegnata a difendere l’ordine sociale esistente.
Al contrario, se la benedizione papale accompagnò lo sterminio spagnolo degli indios, l’esigenza di libertà, nata all’interno di una rinnovata esperienza di autenticità evangelica in Inghilterra, diede forza ai Padri pellegrini. Nasce da qui la differenza fra il cristianesimo “protestante”, che in nome di dio ispira la Costituzione “laica” degli Stati Uniti, e il cattolicesimo integralista, patrimonio per secoli dei paesi dell’America centro meridionale. Da questo, però, ai giorni nostri è germogliata la teologia della liberazione, che ha ispirato spinte all’emancipazione in paesi dove liberalismo e socialismo non avevano avuto modo di radicarsi, mentre dall’evangelismo statunitense viene sostegno alle politiche più retrive.

Il divario tra religione e filosofia
Con il progressivo desacralizzarsi della cultura e della società nell’occidente cristiano, il divario fra religione e filosofia, fra teologia e metafisica torna ad essere evidente e si radicalizza specie dopo che con l’età dei Lumi si afferma inequivocabilmente la piena autonomia dell’umano all’insegna dell’etsi deus non daretur. Da allora l’atteggiamento verso l’uomo – prima borghese e intellettuale, poi anche proletario e incolto, infine anche contadino e donna – diviene il criterio per distinguere i “buoni” dai “cattivi” all’interno della famiglia umana: l’uomo e non la “credenza” o “non-credenza” in dio. L’esigenza che aveva generato le religioni resta, e nascono le “ideologie” a dare identità culturale a movimenti di rinnovamento sociale. Come le “religioni”, ma all’insegna della “non-credenza”, offrono una visione del mondo nelle cui prospettive credere per sostenere l’azione politica e guidare l’opera di governo. Anch’esse, però, non restano immuni da integralismo e fondamentalismo, massimalismo e burocratizzazione. Diventa difficile, come per le religioni, orientarsi senza distinguere: non-credenti erano Bakunin e Marx, “diversamente credenti” Rousseau e Saint Simon, Mazzini e Lincoln. Non credenti erano Hitler e Stalin, non credente era il fascista Mussolini, credente il fascista Franco.

Uguaglianza e Stato di diritto
Per districarsi nell’interpretazione di questi diversi esiti prodotti dalla “religione” o dalla “non-credenza”, bisogna forse abbandonare l’uso delle relative categorie, riconoscendone l’inefficacia e recuperando il metodo della “laicità”. È oggi necessario riannodarne il filo sviluppandone le potenzialità, che non si riducono alla critica alla religione, al cattolicesimo in particolare, né tantomeno alla rivendicazione della separazione fra Chiesa e Stato e alla lotta contro il regime concordatario, che sempre più vanno ricondotte alla lotta per l’uguaglianza e alla costruzione dello Stato di diritto.
La laicità è infatti metodo per interpretare i nessi fra le culture e le società che le hanno generate, ma è anche cultura. Ripensarla e svilupparla come tale significa maturare fino in fondo la consapevolezza della “storicità” dell’avventura umana, delle diverse visioni del mondo. La storia le condiziona sottoponendole a processi di sviluppo o revisione, rendendole cioè tutte parziali. Se diventa inattendibile ogni pretesa di cogliere verità eterne e di racchiuderle in dogmi teologici e formule ideologiche, trova però senso e dignità la fede di chi, nel suo tempo, le assume come guida all’azione. Col riconoscimento della “parzialità” storica sia dei sistemi che pretendono di possedere la “verità”, sia di quelli che ne negano apoditticamente l’esistenza, pérdono di senso le polemiche sul “relativismo” e più facilmente si sfugge alla tentazione di considerare onnipotente la scienza e indubitabili le sue “leggi”. In questa prospettiva la laicità significa accettazione dell’“altro”, con la sincera convinzione che, credente o non credente, partecipa della comune razionalità, e degli “altri”, ben sapendo che ormai sono oltre sei miliardi. Di essi, quasi quattro miliardi – le masse mussulmane, cinesi e indiane – non hanno fatto esperienza della desacralizzazione del quotidiano e della divisione fra società e religione, del resto neppure del tutto accettate nelle società occidentali. Queste stentano infatti, anche se pienamente secolarizzate, ad assumere la laicità come dimensione culturale in grado di garantire la pacifica convivenza di cristiani e mussulmani, liberali e marxisti, ebrei e induisti, spiritualisti e materialisti, scientisti e cultori dell’astrologia.
In tale prospettiva la laicità diventa il valore da promuovere oltre che da difendere.


di Marcello Vigli (già docente di filosofia, esponente del movimento comunità cristiane di base)

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