Perché gli esseri umani si dicono “fedeli” di
una qualsiasi religione mentre ignorano le
altre e magari addirittura le avversano? Né
hanno provato a starne senza e camminare
sulle proprie gambe come hanno insegnato,
tra gli altri filosofi, il Buddha e Kant? Questo
è un problema su cui ho riflettuto molto trovandovi
una discontinuità logica ed una abdicazione
intellettiva verso quel fenomeno
antropologico che sono le religioni prese in
blocco come categoria etnico-sociologica. E
qui non sono assolutamente in discussione
etica, morale, spiritualità, amore, carità e men
che mai “dio”, se c’è o non c’è, ritenendone il
concetto, quale che sia, una personalissima,
lecitissima, rispettabilissima, irrisolvibile e
indimostrabile opinione che non cambia assolutamente
i fatti. Deismo, teismo, panteismo,
agnosticismo, ateismo sono “ismi” che appartengono
al legittimo ed anche colto mondo
delle opinioni personali, non verificabili né
dimostrabili, ma a cui ognuno può liberamente
accostarsi ritenendola giusta per lui. Quale
che sia questa opinione, finchè resta una visione
di speranza individuale non fa alcun
danno, anzi contribuisce al grande dibattito
individuale. Il danno avviene, ed è grande,
quando si passa all’associazionismo e colonialismo
ideologico di massa che, avvalendosi del
potere che detiene, come avviene nelle religioni
istituzionalizzate e gerarchizzate, pretende
di convertire, quando non coartare o reprimere
le libere opinioni altrui. Il pensiero umano
dovrebbe restare avventura, presa di rischio,
inseguimento di un ideale, amore pervasivo
che non può essere ridotto a passiva infantile
obbedienza a dogmi, cleri, libri e dicitur.
Che cosa è una religione?
Quando si dice religione si intende antropologicamente
quel noto settario, in senso buono,
spirito di gruppo che la storia ci ha fatto
conoscere, mosso dal desiderio, spesso anche
violento, di egemonizzare ed omologare a se
stessi gli altri, di “colonizzare” ideologicamente
e comportamentalmente individui e
popoli, che impone riti di iniziazione e condizionamenti
psichici fin dalla più tenera età,
che pretende obbedienza agli addetti ai lavori
della casta sacerdotale e che troppo spesso
perseguita il dissenso. Insomma un movimento
politico ed ideologico totalizzante e di
potere. A mio avviso, invece, l’etica collettiva
e la morale individuale non provengono da
queste organizzazioni finalizzate bensì dal
profondo del cuore degli umani, dal vibrare
dello spirito, dalla logica della condivisione e
della reciprocità, dalla empatia dei sentimenti,
e le vedo come traguardi laici, della nostra
specie e del suo patrimonio filogenetico,
senza la necessità di mediazioni, oltretutto
così diverse ed incompatibili e ostili tra loro
quali sono le religioni istituzionalizzate.
A questo punto vediamo come e perché le religioni,
il plurale è d’obbligo, siano controproducenti
nel percorso di automaturazione dell’etica
e del messaggio morale. Innanzitutto,
che significato ha “l’appartenere” ad una religione
che dopo tutto è soltanto una credenza
ereditata dal corpo sociale in cui siamo nati e
vissuti, da noi non scelta ma fondamentalmente
impostaci fin dalla più tenera età.
Chiunque pensi di “credere” in una qualsiasi
religione deve onestamente ammettere
che egli deve quella religione, anzicchè
una qualsiasi altra, soltanto al Caso,
a sua totale insaputa. Egli la deve soltanto
al dato fortuito di dove e quando il
Caso lo ha fatto nascere, a quali genitori,
lingua, clima ambiente storico e geopolitica
il Caso lo ha predestinato, proprio come se il
suo cervello, come un robot, fosse inderogabile
funzione matematica delle coordinate geografiche
del suo luogo di nascita.
Chi è chi, dove e quando
Facciamo una facile verifica e vedremo che,
guarda caso, chi nasce a Delhi è indù, a Oslo
è luterano, a Tel Aviv ebreo, cattolico in Italia
e scintoista in Giappone, buddhista in
Thailandia, a Mosca ortodosso, in Inghilterra
anglicano e calvinista in Scozia, musulmano
sunnita in Arabia, sciita in Iran, ismailita a
Hunza in Pakistan e sikh ad Amritsar in
Punjab, mormone a Salt Lake City, animista
tra gli inuit e in tante foreste del mondo, e
così via per valdesi, quaccheri, rastafariani,
parsi, amish e quant’altro si può trovare nel
grande emporio mondiale delle religioni contemporanee.
Assodato ciò, ed è vero, c’è da
chiedersi: può mai una religione, ognuna
delle tante, presentarsi come un “assoluto”,
una presunta “verità” come esse amano vantarsi,
o siamo piuttosto all’acme di quel relativismo
religioso apprezzato dal Dalai Lama e
tanto condannato da Ratzinger? Io direi soltanto
che siamo nel pieno dominio dell’antropologia,
cioè di quella scienza che studia tutti
gli aspetti della fenomenologia umana.
Profilo del credente
L’antinomia tra ragione e fede, tra pensare e
credere, tra libertà e necessità è antica. Il credente,
questa figura così dipendente ed eterodiretta,
proprio in quanto credente ubbidisce
alla sua religione e ne accetta tutto: miti, riti,
culti, fantasie irrazionali, miracoli, magie,
imposti spesso con la violenza associata al concetto
di dogma o con la pretestuosità di quello
di rivelazione. Ma nonostante ciò tutti i credenti
di ogni fede sostengono in modo assolutamente
acritico e fideistico la assoluta giustezza
dei loro riti, miti, dogmi per quanto spesso
fantasiosi appaiano, mai a nessuno viene in
mente, peccato! che se il Caso avesse girato in
modo appena diverso, egli riderebbe di quello
che fa, mentre crederebbe in quei riti, miti
dogmi che oggi considera falsi e ridicoli.
Il condizionamento mentale ed affettivo di
questo credente, non importa di quale religione,
è stato reso totale fin da quando ha aperto
gli occhi, nella culla, e poi per tutta la sua
infanzia e fanciullezza, come per gli animali di
Pavlov e di Lorenz, perfettamente in linea con
le direttive del filosofo cattolico del 1800, che,
d’accordo con i gesuiti prescriveva “Dateceli
fin da bambini, affidateceli dai quattro ai dieci
anni, e vedrete che non cambieranno più
idea!”. Il che in onesti termini psico-biologici
significa averli programmati come replicanti
senza che loro abbiano nemmeno la capacità
di rendersene conto. Farlo notare ai credenti
non varrebbe a nulla poiché, come dice
Immanuel Kant “L’illusione non può essere
sradicata da nessun insegnamento”.
Pensiero magico ed onnipotente
Le religioni sono una produzione di massa di
obbedienti: acritici, in buona fede anche nei
loro frequenti autoinganni, imitativi, intelligenti
e colti quando già lo sono, ma per tutti
loro l’imprinting dell’infanzia li blocca nel
loro profondo. E non è l’aspetto cognitivodottrinale
quello che conta poiché normalmente
lo ignorano, bensì quel prepotente e
incontrollabile condizionamento affettivo,
interiore, di dipendenza e fascinazione, una
vera morsa che blocca la lucidità valutativa ed
alimenta un bisogno astratto al limite del
compulsivo, che va sotto il nome di “fede”.
Principale caratteristica di questo particolare
stato psico-mentale-emotivo sta nel far apparire
accettabile e plausibile qualsiasi ipotesi o
costruzione fantastica, diciamo mitologicoteologica,
anche la più impossibile e irrazionale,
che viene vista nell’ottica del “così è
scritto, così mi hanno detto e perciò così è”.
Logica, senso comune, verificabilità e scienza
non contano nulla, non c’è attenuazione della
critica bensì la sua totale soppressione. Vale il
“così mi hanno detto” in una apoteosi di pensiero
magico, ovvero quello che Jean Piaget e
Bruno Bettelheim riscontravano nel pensiero
di menti semplici come quelle dei bambini e
dei primitivi e che essi chiamarono “onnipotenza
del pensiero”, cioè l’attitudine a dare
crisma di verità a ciò che si è pensato e ci convince,
vedi le favole. “L’uomo preferisce credere
ciò che vorrebbe che fosse vero” diceva
Francesco Bacone e Terenzio “Noi crediamo
in ciò che speriamo ardentemente”.
Antropologia doc, “Umano, troppo umano”
concluderebbe Nietzsche.
Rispetto e speranza
Comunque tutti i credenti meritano rispetto e
comprensione, tutti, ed è un nostro dovere
etico come laici, anche quando essi sono creduli
in fantasiose scritture risalenti a tempi
arcaici o preistorici, scritte da gente primitiva
e visionaria, e anche quando accettano di sottostare
supinamente ad altri uomini da cui si
fanno passivamente catechizzare, anche
quando, il che è sempre, ciò avviene contro
ogni evidenza scientifica e contro il senso
comune. Purtroppo la fuga delle religioni
dalla realtà del mondo della Natura è incanalata
nella categoria della “speranza”, sia miracolistica
che disperata e visionaria, che esse
prodigano a piene mani con ottimo ritorno.
Questo è il retaggio delle loro note origini
arcaiche e tribali, che poi si da il caso che sia
il periodo in cui sono nate tutte le attuali
principali religioni, per giunte tutte nate in
Asia e in tempi assai lontani dall’affermarsi
del pensiero moderno speculativamente
scientifico ed empiricamente sperimentale.
Tempi tanto lontani cui si deve anche, per
inciso, la marcata tradizione maschilista delle
religioni stesse, che in tal modo perpetuano
leggi, costumi e privilegi di genere in uso in
quei tempi presso i loro primitivi antenati e
fondatori.
Il virus monoteista
Uomini e religioni, ci dice la storia, seppero
pacificamente convivere, con tutte le loro
diversità, finchè non si diffuse l’egoico virus
del monoteismo, padre di tutte le guerre di
religione, atrocità e persecuzioni. Purtroppo
con l’avvento dei monoteismi finì “manu
militari” ogni tolleranza, l’enoteismo di Max
Muller, l’evemerismo e l’ospitalità del tempio
di Giano: i monoteismi, ciascuno per sé, si
autoattribuirono il monopolio dell’unica verità,
azzerando automaticamente la possibilità
di qualsiasi dialogo tra pari, di convivenza,
compromesso e pace. Lo vediamo ancora
oggi, anche tra fazioni dello stesso monoteismo
infettate dallo stesso virus (vedi Iraq e
Irlanda): Se poi ci aggiungiamo l’idea ossessiva
dei monoteismi quale è il fare proselitismo
in casa altrui, allora vale solo il vae victis!, la
pace è perduta e si affidano al futuro la rivalsa
e il riscatto. Per questo ammiro il Dalai
Lama che non perde occasioni in libri, discorsi
e interviste per scoraggiare le centinaia di
migliaia di buddhisti occidentali dall’abbandonare
la loro religione di origine, nel solco di
una tradizione spirituale che vide già 2300
anni fa l’imperatore buddhista Asoka proclamare
in tutta l’India il suo editto che recita:
“Chi onora la propria religione e condanna le
altre scava la tomba alla propria religione e
danneggia tutte le altre. Invece la concordia è
cosa buona: siate tutti disponibili ad ascoltare
tutto, e siate aperti alle dottrine professate
dagli altri”. Illuminismo e laicità ante litteram.
 Moai - Isola di Pasqua
La violenza nelle religioni
La natura emotivo-passionale-totalizzante
della maggior parte delle religioni tocca
molto, nel suo tracciato storico, la sensibilità
del mondo laico moderno per la estrema e
disinvolta crudeltà autoreferenziale che le ha
caratterizzate nel sopprimere ad libitum e per
i più vari motivi, la vita umana sia singolarmente
che con stragi di massa, con torture e
con umiliazioni. Gli esempi per tutte le religioni
sarebbero infiniti: impalamenti e roghi,
crociate e genocidi, la ruota e marchi a fuoco,
asportazione della lingua e mutilazioni. Il
tutto sempre nel nome di un dio o di una
gerarchia ecclesiale. Al che, se si raffronta
tutta questa barbarie alle obiezioni su cellule
staminali, testamento biologico, eutanasia,
aborto terapeutico e temi connessi, ci si rende
conto di quale inestimabile patrimonio di
civiltà sia la laicità dei popoli e delle legislazioni.
Soggetto che ha fatto dire a Sigmund
Freud: “Dove sono coinvolte questioni religiose
gli uomini si rendono colpevoli di ogni
sorta di disonestà e di illecito intellettuale”.
Il pericolo dell’ oscurantismo
Il fissismo, il passatismo, l’immobilismo sono
sempre presenti nelle religioni, ma soprattutto
in quelle che si sentono obbligate all’osservanza
di un “libro” di riferimento le cui “sentenze”
suonano davvero puerili al pensiero scientifico
moderno. Einstein disse che secondo lui il
buddhismo è l’unica religione compatibile con
la scienza, forse proprio per la sua marcata cultura
del dubbio, ma normalmente il rapporto
tra religioni, specie se “rivelate”, ed il progresso
scientifico è storicamente disastroso. Sulla
genetica fa testo papa Attanasio II quando asserisce:
“L’anima viene da dio mentre i genitori
null’altro possono trasmettere se non la colpa e
la pena del peccato”(!).
Sull’astronomia la storia di Copernico e il processo
dell’Inquisizione a Galileo fanno ancora
inorridire. Ma in tempi ben più recenti, quelli
per intenderci di Garibaldi, Mazzini e Cavour,
quando l’umanità veniva già salvata nelle grandi
epidemie dalla batteriologia di Spallanzani,
Lister e Pasteur, nel 1829 papa Leone XII si
permetteva di dire tronfiamente: “Chiunque
procede alla vaccinazione cessa di essere figlio
di dio: il vaiolo è un castigo voluto da dio, la
vaccinazione è una sfida contro il cielo”(!). E
questi campioni di sapere si sono, con Pio IX,
anche creati il dogma della loro “infallibilità”.
A questo punto appare ancora più comprensibile
perché l’Europa progredita e laica, oltre a
quella noncredente, abbia fermamente rifiutato
qualsiasi riferimento alle cosiddette “radici cristiane”
nella sua Costituzione, oltretutto in
un’epoca in cui “per fede” si vieta l’uso del profilattico
dinanzi alle piaghe mondiali dell’AIDS
e la pillola antifecondativa di fronte ai milioni
di morti di fame per sovrapopolazione. Ma
queste sono da sempre le religioni istituzionalizzate
e gerarchizzate che operano sulla pelle
dei loro “fedeli”.
Spiritualità, etica, morale, amore, carità, fratellanza,
solidarietà e libertà debbono essere
cercate altrove: nella nostra mente, nella
nostra coscienza, nel nostro cuore.
|